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UN'ALTRA DOMENICA SENZA L'INFUSO ACIDULO

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L’isola che un po’ c’è e un po’ non c’è

28 Febbraio 2021

Una delle mie parole preferite è “evanescente”. Peccato che venga di solito buttata un po’ via in espressioni stereotipate (come sono i ricordi? evanescenti! E un profumo? Evanescente! E una fiamma? Beh, evanescente, che altro).

Non mi aspettavo però di trovarla in Aladino il principe dei ladri, il terzo film della serie Disney che all’epoca – 1996 – ero troppo vecchio per guardare (adesso invece ho l’età perfetta). Dunque nei primi due film c’era la grotta delle meraviglie che ben conosciamo, quella di “Apriti sesamo!” eccetera, mentre in questo i personaggi sono alla ricerca di un’isola del tesoro: ci potrebbe ricordare quella proverbiale del romanzo di Stevenson (1883), se non fosse che è… evanescente appunto (“the vanishing island”, in inglese). Cioè appare e scompare e ricompare dalle acque, a intermittenza, che non è poi una cosa così fantasiosa come sembra dato che ne esistono anche nel mondo reale di posti così. Si tratta di un fenomeno simile alle isole tidali come il Mont Saint-Michel in Normandia (o la stessa Venezia in un certo senso) solo che in questo caso scompare tutto quanto. Anzi, siccome è Disney e non può essere così semplice, questa isola evanescente non ricompare mai due volte nello stesso posto: poggia infatti sul dorso di una enorme tartaruga che passeggia sul fondo dell’oceano, e solo saltuariamente sale su, portandosi con sé l’intera isola in superficie. Per questo è così difficile trovarla.

Perché certo, va bene la caccia al tesoro, va bene la ricerca dell’utopico luogo ideale in mezzo all’oceano descritto da Tommaso Moro nel 1516, poi evocato in Peter Pan (1902), che per noi italiani è soprattutto la canzone di Edoardo Bennato: L’isola che non c’è, meravigliosa, perfetta, e accessibile a tutti quelli dotati di fantasia.

Va benissimo tutto questo. Il problema delle utopie, lo sappiamo, è che poi diventano pretesto per fuggire dalla realtà: essendo essa sempre imperfetta, per l’utopista integrale non varrà mai davvero la pena di migliorarla e forse neanche di cercarla, perché resterà comunque insufficiente ai suoi occhi (mai abbastanza bella/morale/giusta/colta, a seconda dei casi). Per forza qualsiasi cosa, se misurata con il metro dell’utopia, è una delusione. Per non parlare dell’aspetto davvero insopportabile degli utopisti: il fatto che avendo un ideale superiore, sono convinti essi stessi di essere superiori a chi questo ideale non ce l’ha.

Allora per contrasto si può dire: no, io non cerco l’isola che non c’è, ma l’isola che c’ènon sognata ma concreta e per cui quindi vale la pena di darsi da fare.

Oppure, ancora meglio, cerchiamoci l’isola evanescente! Questa sì che ha tutte le caratteristiche giuste: un po’ c’è, un po’ non c’è, oggi è qua, domani no perché si starà spostando, o magari sarà già ricomparsa da un’altra parte. Se la vuoi ti devi spostare anche tu, e se non materialmente, comunque in qualche modo sì.

Perché alla fine, qual è l’aggettivo migliore per descrivere la felicità? Evanescente!

Buona domenica.

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