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UN'ALTRA DOMENICA SENZA L'INFUSO ACIDULO

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Diversamente patriottici

7 Marzo 2021

Una volta una studentessa russa mi ha chiesto: “Ma voi italiani… siete patriottici?”.

Il dubbio infatti la inquietava, dal momento che – nella sua cultura – essere “patriottici” è più o meno sinonimo di “essere brave persone”, e dunque dichiarare impunemente di non esserlo sembrerebbe del tutto illogico o provocatorio.

La domanda, dunque, era più insidiosa di quanto potesse sembrare. Evidentemente la ragazza doveva avere notato, nei comportamenti e delle parole di noi italiani (o magari di noi stessi insegnanti) qualcosa che non quadrava.

Io per non rischiare l’ho buttata sul semantico e ho risposto eh… beh… dipende da cosa intendiamo per “patria”… io, ehm… per esempio… identifico la storia della mia patria con la storia della lingua italiana… quindi l’idea di questa patria comincia a nascere con Dante… bla bla… e poi arriva a definirsi con Manzoni… bla… e poi bla… infine prende la sua forma attuale dopo il 1945 con il neostandard favorito dai mezzi di comunicazione di massa… e insomma questa lingua è per me la patria, cioè, è il luogo in cui mi sento a casa, e certamente mi piacciono anche le altre però quella italiana è la mia e lo sarà sempre. In questo senso, uhm, bla, sì sono molto patriottico!

Non credo di averla convinta, e come darle torto. Però ripensandoci: al di là di come spiegare la questione agli stranieri, in fondo neanche tra noi stessi italiani ci siamo mai chiariti le idee su questo punto. Voglio dire, magari Mattarella ci sta simpaticissimo, però dai, vogliamo parlare dell’inno nazionale? E poi dai, lo sanno tutti che “patria” è stata per molto tempo una parola BRUTTA usata da gente BRUTTA, o almeno un po’ fessa. Cosa c’entriamo noi?

Forse la risposta si può cercare in un piccolo repertorio di canzoni italiane – io ne ho identificate tre – ecco, canzoni che in un passato non troppo remoto hanno provato esplicitamente a definire cosa sia questa patria italiana, e come sentirci nei suoi confronti.

La prima è Viva l’Italia di Francesco De Gregori (1979), l’artista che (come ha poi raccontato) inizialmente si vergognava di “quella melodia epica e quel riff quasi verdiano”. Ma dopotutto, si potrebbe rispondergli, cosa meglio di Verdi per esprimere la nostra più profonda anima musicale? E così questo para-inno nazionale è tutto un convivere di contraddizioni, con quelle cornamuse da un lato che strillano senza ritegno, e dall’altro una voce estremamente sottomessa, che quasi neanche canta, neanche parla: mormora. E che pure senza mai pronunciare la parola “patria” ripete però un’infinità di volte “Viva l’Italia”, “Viva l’Italia”, “Viva l’Italia” cioè la più classica delle nostre formule risorgimentali.

La quale però, non è soltanto risorgimentale. Anzi nelle intenzioni dell’autore non lo è affatto, perché non si ispira ai carbonari dell’Ottocento, ma ai partigiani del Novecento, essendo proprio “Viva l’Italia” la tipica frase con la quale si concludevano le lettere dei condannati a morte della Resistenza:

Dunque anche quando De Gregori ripete Viva l’Italia, sappiamo tutti che si riferisce a quell’Italia nata dall’antifascismo, non certo dai Savoia e per la verità nemmeno da Garibaldi; e ciò, sicuramente, un po’ dovrà pure aiutare la nostra malferma coscienza patria. Siamo nel 1979 – al termine degli anni di piombo – e stiamo per vincere i Mondiali, dopodiché nessuno per un po’ sentirà il bisogno di porsi la questione. Almeno fino al 1991.

Buona domenica.

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