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UN'ALTRA DOMENICA SENZA L'INFUSO ACIDULO

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Il mio magico conto in banca lituano

21 Marzo 2021

Noi italiani con il denaro abbiamo uno strano rapporto di attrazione e repulsione. Non sono sicuro che sia lo stesso, chessò, per un olandese o un vietnamita. Ma forse sì.

C’entra la religione, certo, il senso di colpa cattolico. Ma probabilmente è qualcosa di ancora più universale che abbiamo ereditato dal medioevo: da quando cioè, la società era divisa in classi talmente rigide che non solo ti tenevi il tuo status per tutta la vita, ma lo tramandavi a figli, nipoti e pronipoti. Lo stesso per il denaro: non è che per un ricco fosse tanto facile diventare povero (solo qualcuno ci è riuscito, e infatti ha suscitato un certo scalpore).

E soprattutto, era praticamente impossibile per un povero diventare ricco.

A meno che.

A meno che, non rubasse.

In una società chiusa le tue condizioni economiche non devono, non possono cambiare (anche perché altrimenti non sarebbe chiusa ma aperta). La condizione per la stabilità è che tutti restino al proprio posto. O per meglio dire quasi tutti, dato che poi qualcuno più insofferente – o più intraprendente, diciamo – c’è sempre. Ma l’unica possibilità che ha di cambiare status è quella di giocare sporco. Non essendoci un modo legale per arricchirsi, ne escogiterà uno illegale: insomma, in un modo o nell’altro, appunto, dovrà rubare.

E la società naturalmente condanna: che altro dovrebbe fare. E più la società è arcaica più la pena per i ladri è severa, dalla mano mozzata in giù. E la cultura, la religione, l’etica (che cambiano assai più lentamente delle società) rimangono così affezionate a questo stigma del ladro da non mollarlo più.

Oggi forse non perdi più la mano, se rubi, ma di sicuro perdi ancora la faccia. In generale disprezziamo un ladro assai più di un violento, di uno stupratore, di un assassino, cosa che a pensarci non ha nessun senso logico. Perfino le nostre scelte politiche sono spesso orientate a scegliere gli “onesti” contro i “ladri”, come se poi all’atto pratico del governare, gli uni ottenessero risultati necessariamente migliori degli altri.

Ma quello che sorprende ancora di più, è che lo stigma del ladro si proietta pari pari sullo stigma dell’arricchito. C’è qualcosa di talmente atavico, nella nostra idea di una società chiusa, che siamo tipicamente indotti al disprezzo verso un ex povero che ha fatto i soldi. Apparentemente no, apparentemente l’arricchito lo si ammira e magari lo si invidia, ma nell’intimo lo consideriamo peggiore di noi: perché è ignorante, perché è volgare, perché è ignobile. Perché “non conosce i veri valori della vita”, ci diciamo.

Ma se questo fosse il motivo, allora perché non disprezziamo anche gli ignoranti poveri con lo stesso zelo?
Perché il problema non è l’ignoranza, ovviamente. Il problema sono i soldi.

Perché ancora, sotto sotto, non possiamo fare a meno di pensare che nascere ricchi va benissimo, ma diventarlo è un peccato imperdonabile. Insomma, anche nel XXI secolo, sotto sotto pensiamo ancora che ognuno debba restare al proprio posto; e che non si possa cambiarlo se non con la disonestà.

Tutto questo per dire che personalmente ho sempre avuto un rapporto difficile con le banche, ci ho messo tipo 40 anni per riuscire ad avere la prima carta di credito, e in fondo – a essere sincero – mi ero sempre sentito una persona migliore anche grazie a questo rapporto disfunzionale con il denaro, la cui mancanza sta bene su tutto e fa risaltare meglio le altre qualità. Ma ora devo confessarlo, sarà colpa della pandemia o che ne so, ma passo il tempo a giocare con la app di Revolut e mi diverto un casino in questo parco giochi fatto di salvadanai virtuali, budget mensili, cashback, azioni in borsa e bitcoin. Ma divertimenti a parte, la domanda di fondo rimane: meglio diventare ricchi e falsamente ammirati (cioè intimamente detestati) o restare poveri per sempre?

Buona domenica.

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