Italians Don't Drink Coffee

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UN'ALTRA DOMENICA SENZA L'INFUSO ACIDULO

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Picasso stai sereno

6 Giugno 2021

Uno di quei libri che: uno di quei libri che scopri all’università, uno di quei libri che cambiano per sempre il tuo modo di pensare, di leggere e di scrivere. Uno di quei libri che impari praticamente a memoria, e poi con il passare degli anni ne dimentichi le parole ma (se va bene) non la sostanza. Uno di quei libri è L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, che Walter Benjamin ha scritto quasi un secolo fa ma è diventato mainstream culturale solo a partire dagli anni Sessanta.

Uno di quei libri che poi non è un gran peccato se non lo si conosce, essendo quasi tutta la sua sostanza racchiusa nel titolo: si parla infatti di cosa sia un’opera d’arte, in un’epoca (il Novecento), contraddistinta dalla riproducibilità. Non una riproducibilità generica però – dato che di per sé ogni opera è sempre stata riproducibile, anche nel Rinascimento potevi prendere il pennello e copiare la primavera di Botticelli – ma piuttosto una riproducibilità tecnica, appunto, come quella che da circa 150 anni a questa parte è stata consentita da strumenti come la macchina fotografica, il grammofono, la radio, la televisione e poi tutto il digitale eccetera eccetera.

Walter Benjamin ha capito molto presto – come i suoi colleghi della scuola di Francoforte, ma in modo meno pessimistico – che questa epoca per l’arte era qualcosa di differente dai due millenni e passa che l’avevano preceduta; e che questa nuova riproducibilità tecnica ne avrebbe cambiato per sempre l’identità. E certamente aveva ragione, almeno nella sostanza se non nei dettagli: ogni nostra esperienza quotidiana con la musica, le immagini, i video, non dimostra altro se non la perdita di qualsiasi aura sacrale dell’arte così come era caratterizzata prima della Rivoluzione Industriale. Tutta l’arte è infinitamente accessibile e replicabile, dunque sì, vale molto meno che in passato.

Una di quelle cose ormai così ovvie, così assodate, che non vale nemmeno la pena pensarci più ormai. Almeno fino a oggi, perché tutto questo casino che si sta facendo sulla tecnologia blockchain e NFT rappresenta la prima volta in cui il dogma di Benjamin viene messo in discussione. Per la prima volta, appunto, la tecnologia va in un’altra direzione rispetto a quella della riproducibilità: va al contrario verso la irriproducibilità di un elemento. All’inizio questo elemento poteva riguardare il collezionismo nel mondo dei videogiochi, poi – ormai da qualche anno – sono arrivati i bitcoin e le criptomonete, e adesso il mondo dell’arte sta andando fuori di testa per questi NFT; che a cercare di spiegarli con parole vecchie, sono una sorta di “certificato di autenticità” che viene associato – in modo totalmente indivisibile – all’elemento stesso.

Dunque c’è una differenza tecnologica: creare un mp3 o un jpeg non costa niente, ma associarvi un “certificato” – l’NFT appunto – costa eccome, e non è un costo virtuale soggetto a concorrenza: è un costo reale, occorre un bel po’ di energia elettrica per farlo. L’espressione usata a questo proposito è “non fungibile”: dunque sembra proprio avvicinarsi un’epoca in cui all’opera d’arte infinitamente riproducibile, se ne affiancherà una non fungibile. Cambierà tutto insomma.

Oppure sarà la solita cacchiata digitale come ne abbiamo già viste a stufo, e tra due mesi ce ne saremo già dimenticati.

Buona domenica.

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