Italians Don't Drink Coffee

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UN'ALTRA DOMENICA SENZA L'INFUSO ACIDULO

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Il sergente a sonagli

11 Luglio 2021

All’epoca mio zio era giovane, ma a me sembrava vecchio decrepito matusalemme. Aveva 30 anni. Insomma una sera ero lì con lui dalla nonna davanti alla tv, e c’era questa partita di calcio tra due che si chiamavano Inter e Juventus. “E tu per chi tifi?”, mi chiede. Io ci penso un attimo, guardo i colori delle magliette, e dico “Juventus”. “IO INTER!!!” risponde lui trionfante.

Così il giorno dopo sono lì con mia cugina e sto ancora pensando a questa cosa, e ci penso e ci ripenso, e alla fine le dico: Sai, ho cambiato idea. Ho deciso che tifo per l’Inter. Non l’avessi mai fatto. Lei comincia a saltare come un’invasata e va di là dallo zio urlando PAPÀ PAPÀ!!! MASSIMO HA TRADITO LA SUA SQUADRA, ORA TIFA PER L’INTER!!! E io, improvvisamente sopraffatto dalla vergogna, faccio appena in tempo a improvvisare una marcia indietro tipo “ma noooooooooooooooooo non è vero! Stavo scherzando! Mica ci avrai creduto, eh? Lo sapete che io tifo… eh… per la Juventus certo”. 

Ora, in effetti questo episodio non mi ha insegnato a tifare per la Juventus – anzi qualche tempo dopo, per completare l’opera, diventai milanista – ma mi ha fatto capire che quando scegli il colore della maglietta, poi deve restare quello per tutta la vita. E non si tratta di pensare “eh, ma questo è il calcio, con i suoi istinti primordiali”: mica vale solo per il calcio, è così per tutte le squadre a cui apparteniamo – dalla musica alla politica – e come tifosi saremo sempre disponibili a qualsiasi arrampicata sui vetri per dimostrare che la nostra squadra è la migliore. Cambiarla poi sarebbe inconcepibile, e il marchio del “traditore” è ancora oggi uno dei più infamanti nella nostra cultura sociale.

Insomma come Michela Murgia, anche a me spaventano le divise. Ma più ancora dei poliziotti o dei soldati, il problema sono quelle che non si vedono.

Buona domenica.

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