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UN'ALTRA DOMENICA SENZA L'INFUSO ACIDULO

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Arte fluida

18 Luglio 2021

La cultura pop è piena di momenti wagneriani. Il più memorabile di tutti è la Cavalcata delle Walkirie trasformata in colonna sonora per gli elicotteri americani che bombardano il Vietnam in Apocalypse Now. Quel film peraltro era una sorta di adattamento del racconto di Conrad Heart Of Darkness, il cui autore si era a sua volta ispirato alle storie di Wagner. E poi c’è quella famosa battuta di Woody Allen in Crimini e misfatti – “Ogni volta che sento la sua musica mi viene voglia di invadere la Polonia” (e ovviamente lui stesso, come il suo personaggio, è ebreo). L’autore dell’Anello del Nibelungo è stato ovviamente questo, il più grande antisemita del suo tempo e ispiratore diretto di Adolf Hitler che ne fece il suo idolo; e potremmo anche accontentarci di assegnare a Wagner questo posto non proprio invidiabile nella Storia. 

Peccato che ora il critico musicale del New YorkerAlex Ross, abbia pubblicato un libro che è troppo stimolante per poter essere ignorato e rende conto di una complessità ben maggiore dell’artista. Wagner è stato davvero idolo di tutti in realtà prima del nazismo: amato da poeti simbolisti, da D’Annunzio, da Proust, dai dadaisti, dai neri, dagli anarchici, dai comunisti, dalle protofemministe e perfino, sì, da ebrei e sionisti. Ognuno ci vedeva qualcosa di diverso, ovviamente; ma la rivelazione più buffa per me è scoprire che è stato la prima icona gay della Storia: gli “omosessuali” (parola che al tempo nemmeno esisteva, o che appena cominciava a circolare). E non solo per il suo notorio e misterioso rapporto con Ludwig II, il principe della Baviera che sviluppò – prima per la sua musica, e poi per lui personalmente – un’ossessione che probabilmente contribuì alla sua definitiva uscita di testa. Ma come è stato per primo notato dal musicologo Jean Jacques Nattiez, la musica e il teatro di Wagner costituiscono l’esordio o almeno la profezia di quell’arte androgina che si imporrà nella cultura pop del Novecento e che oggi si può dire maggioritaria. Wagner è il primo a scardinare lo stereotipo di un’arte rigidamente divisa tra il maschile e il femminile, a partire dalla stessa forma teatrale che univa la musica (“femminile”) alla poesia (“maschile”). Naturalmente tutto il melodramma è unione di musica e poesia, ma è con Wagner che arriva l’idea di fondere le componenti: fino a lui c’era un musicista che faceva il musicista, un librettista che faceva il librettista, e l’opera era il risultato della loro collaborazione. Wagner fa tutto lui, è musicista e poeta, dunque metaforicamente è uomo e donna, e nella sua concezione unitaria del dramma queste non sono componenti distinte: esiste solo la sua arte totale, dove tutte le componenti (quindi anche danza, gestualità, luci, scenografia etc.) perdono le loro identità per formare qualcosa di unico. Ed è senz’altro paradossale che il profeta del più rigido totalitarismo della Storia, lo fu al tempo stesso del suo esatto opposto: una cultura fluida, e dunque, nella sua essenza fatta di contaminazione e meticciato

Comunque la battuta più bella su Wagner non è quella di Woody Allen ma quella di Mark Twain che dopo avere assistito a una delle sue maratone operistiche commentò: “Ah, la musica è davvero fantastica… peccato solo per quando cantano”. 

Buona domenica. 

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